Latest Posts

Danza Gestalt – momenti della pratica

 

La danza è il movimento dell’universo condensato in un individuo, che diventa ciò che chiamiamo la Volontà.

(Isadora Duncan)

 

Il lavoro che propongo nei gruppi e nei laboratori, si muove intorno a tre momenti: ascolto, movimento, espressione.

Non sempre questi si susseguono l’uno all’altro, piuttosto si muovono come in una spirale, che volge verso una sempre maggiore profondità dell’esperienza.

 

Ascolto

In questa fase del lavoro, propongo momenti di ascolto e di contatto con l’esperienza corporea nel qui e ora, portando l’attenzione inizialmente sul respiro e sul peso del corpo a terra. I movimenti si connettono con il respiro, generando un flusso di estensioni e flessioni, che mobilitano lentamente il corpo. La lentezza permette di entrare nel movimento con consapevolezza e ascolto. Le tensioni si allentano e diventa più facile abbandonarsi all’esperienza di essere un corpo.

La musica che favorisce questo primo momento di contatto sono i suoni a bassa frequenza e percussioni leggere, come sonagli e i suoni della natura.

 

Movimento

A questo punto è possibile accorgersi delle emozioni che affiorano alla consapevolezza. Ascoltando per esempio alcune parti del corpo, come la pancia, il cuore o la gola, si possono riconoscere sensazioni piacevoli o spiacevoli e sperimentarle nel movimento. Si può dar loro una voce e delle parole, e farle diventare un personaggio vero e proprio. È possibile trovare voci diverse in conflitto tra loro.

La musica diventa un feedback a quello che sta succedendo nel gruppo: scelgo musiche che richiamano a stati emozionali, musiche che possano evocare storie.

 

Espressione

Trovare un modo di muoversi che non sia meccanico, ma in armonia con tutte le parti di noi, immaginare dove portare il corpo, dare una forma all’intenzione, sono gli aspetti principali del momento espressivo.

Tutte le parti funzionano insieme e si percepisce di essere un tutt’uno e, non una somma di parti più o meno scollegate. Amplificare il movimento costringe a uscire un po’ da sé e a prendersi qualche rischio.

La musica aiuta a portare a galla qualcosa che manca, qualcosa che è rimasto sullo sfondo e che questa aiuta a far emergere.

Il lavoro con gli adolescenti

Mi sono appassionata al lavoro con gli adolescenti dai tempi dell’Università, dove mi sono laureata con una tesi sperimentale sugli adolescenti di Roma, con Gerarde Lutte.

Il mio primo lavoro è stato al Consultorio Adolescenti, dove ho iniziato la pratica clinica e il lavoro nelle scuole Medie di primo e di secondo grado.

La prima volta che sono entrata in un Istituto Superiore come psicologa ero appena uscita dall’Università. Ero studentessa al primo anno di specializzazione, quando la dirigente del Consultorio Familiare dove facevo tirocinio, mi mandò nella scuola più grande della zona, che raccoglieva studenti dell’alberghiero e dell’IPSIA provenienti da tutti i paesi limitrofi. Ricordo ancora la paura provata in mezzo a tutti quei giovani, urlanti durante l’intervallo, che sembravano miei coetanei. Mi aggiravo spersa tra i corridoi enormi, con la sensazione che nessuno potesse accorgersi che ero lì.

Da allora non ho più interrotto questa attività, sono entrata in scuole diverse, ho incontrato tante storie e tante persone, tanti ragazzi e tante ragazze che mi hanno dato la loro fiducia.

Con il Consultorio Giovani ho iniziato anche a fare psicoterapia con gli adolescenti, con lo stesso piacere, le stesse curiosità e soddisfazione, che provo anche adesso dopo tanti anni.

Nelle scuole, oltre al lavoro di consulenza nello Sportello di Ascolto, ho condotto gruppi sull’affettività e la sessualità, sulla prevenzione del bullismo e sulla prevenzione della violenza nelle relazioni affettive. Ho formato e supportato gruppi di Peer Educator, che a loro volta hanno operato dentro le scuole come facilitatori delle relazioni. Mi occupo di comunicazione, di gestione delle relazioni e dei conflitti all’interno dei gruppi classe.

Ritengo utile ricordare che l’adolescenza non è propriamente una fase di crescita, in quanto, in questa epoca della vita, l’organismo è già adulto, nel senso che ha raggiunto il suo completo sviluppo corporeo e cognitivo. L’adolescente è un adulto con poca o pochissima esperienza della vita. Il modo in cui questo esperire la vita è gestito, varia da cultura a cultura, ed è cambiato moltissimo nella nostra dall’epoca industriale.

Come la lunga infanzia dell’essere umano permette un maggiore apprendimento delle conoscenze acquisite dalla cultura di appartenenza, così anche il lungo protrarsi della adolescenza, prima dell’assunzione di un ruolo adulto, permette di esplorare oltre, rispetto a ciò che ha proposto la famiglia, e di spingersi verso il nuovo e l’estraneo (Konrad Lorenz https://it.wikipedia.org/wiki/L%27altra_faccia_dello_specchio ).

Questo aumenta le possibilità di sviluppare capacità e competenze cognitive, emotive e relazionali, che consentiranno alla persona di diventare un adulto con maggiori probabilità di sopravvivenza.

Oggi molti dei sintomi portati dagli adolescenti riguardano proprio la difficoltà di andare verso la vita per assumere un ruolo adulto. A molti ragazzi è diagnosticata la fobia sociale e altri disturbi di ansia che impediscono loro di portare avanti la propria vita. Il risultato che passano la maggior parte del tempo a casa, uscendo solo con i familiari o con qualche raro amico.

Il lavoro che svolgo con gli adolescenti, è spesso, quello di accompagnarli a fare esperienza in un luogo protetto, laddove la spinta verso l’ignoto si è per qualche motivo interrotta, fidandomi della naturale spinta evolutiva propria degli esseri umani.

Crescere è perdere qualcosa, ogni apprendimento è una perdita: c’è comunque anche una fame di imparare, c’è curiosità e se si passa da quella parte, ci sono autostrade per arrivare da qualche parte” G.P. Quattrini.