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Paesaggi dell’anima – Eros e Psiche

In una calda estate di qualche anno fa, mi sono avventurata tra le pagine di questo bellissimo scritto di Umberto Galimberti. Allora, Paesaggi dell’anima, è stato per me un invito ad accogliere con benevolenza e meraviglia, quanto talvolta emerge inaspettatamente dalle profondità dell’anima.

Come l’amore per esempio.

L’amore è per tutti, non fa distinzione tra classi sociali, qualità intellettive o spirituali. Tutte le persone possono viverlo e esserne ugualmente travolti.

L’esperienza degli altri non insegna nulla, ogni volta che l’amore si presenta nell’esistenza è come se fosse la prima volta: siamo tutti Adamo ed Eva al primo giorno della creazione.

Eppure se ci siamo innamorati almeno una volta nella vita, abbiamo imparato a distinguere la differenza tra vivere e sopravvivere: “se l’amato è accanto a te tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua esistenza incapace a sostenerla”.

Con l’amore si annullano le separazioni tra anima, corpo, spirito e intelletto, lasciando vibrare l’essere nel pieno della sua interezza “…eros abita la reciprocità dello sguardo, del sorriso, della voce, del gesto, del movimento. Un sorriso che non è contrazione ma offerta, uno sguardo che apre insicuro la strada del desiderio in cui si riflette l’unicità dell’evento, una voce malcerta in cui è tutta l’immediatezza sensibile…”.

La chiamata dell’amore è un invito alla vita e alla trascendenza, è un perpetuare la natura e non il singolo individuo “lasciando giungere quella chiamata che risveglia la carne dalla sua opacità e la costringe a cedere a quella scintilla divina in cui è custodito il nostro nome, che solo l’altro può chiamare”.

Dove perde la direzione della trascendenza, l’amore si ripiega su se stesso, diventando una cosa tra le cose. Si apre invece alla trascendenza grazie al suo eccesso espressivo, spingendoci in là rispetto a ogni nostra collaudata misura “che sia proprio nell’oltrepassamento della misura e del quieto ordine giuridico da questa dispiegato, il punto di incontro tra amore e trascendenza”.

La fragilità che è in noi – La timidezza

In questo piccolo e densissimo libro (La fragilità che è in noi), Eugenio Borgna dipinge i paesaggi dell’esperienza umana dove nascono emozioni fragili e impalpabili al tocco, che non sia delicato e attento: la timidezza, la gioia, la tristezza, la speranza, l’inquietudine solo per citarne alcune.

Ho scelto la timidezza perché mi sembra emblematica della tendenza a celare la fragilità che è in noi, in un mondo dove l’arroganza e la prepotenza sembrano essere diventati valori riconosciuti, ai quali noi tutti dovremmo anelare.

La timidezza non è una vera e propria emozione, ma è legata in modo profondo al mondo delle emozioni. È come un’antenna potente che coglie immediatamente segni dell’indifferenza e dell’inautenticità; si incrina per un piccolo gesto, per una parola, soprattutto per quelle aride e vuote. La timidezza è fragile e richiede fragilità e leggerezza per essere anche solo sfiorata, altrimenti si sgretola tra le mani.

La timidezza è tipica di certe adolescenze, anche se rimane una compagna di vita che non ci abbandona mai, nonostante le molte esperienze vissute; si maschera, si nasconde ma non muore.

La timidezza non solo ci aiuta con la sua umbratile fragilità a immedesimarci nella vita interiore altrui, ma contestualmente ci induce a mantenere, a tenere viva, la distanza vissuta con le persone con le quali ci incontriamo: rispettandone fino in fondo la libertà, e cercando di sfuggire a ogni possibile sconfinamento”.

Non c’è abbastanza ascolto della timidezza nelle famiglie, nella scuola o nel mondo della cura della persona, dove viene spesso ignorata e calpestata, senza curarsi di come questa indifferenza sia lacerante per l’anima.

Non c’è timidezza che non si accompagni con sensibilità e insicurezza: e anche questa forma di vita è considerata come antiquata e inutile, dannosa ai confini di un handicap, e tuttavia quanti rischi e quanta violenza si nascondono nella sicurezza di sé mai incrinata dal dubbio e dalla riflessione sui propri limiti”.

La timidezza allora, invece di essere un fardello inutile, diventa una risorsa che ci aiuta a ritrovare in noi stessi la leggerezza e la sensibilità necessarie a costruire relazioni umane autentiche e profonde.

Arcipelago delle Emozioni – La Nostalgia

Molto si è detto a proposito delle emozioni, eppure l’incontro con le parole di Eugenio Borgna, psichiatra contemporaneo a orientamento fenomenologico, riesce ogni volta ad aprire panorami diversi facendo vibrare le corde più profonde dell’anima. Con lo sguardo aperto sugli abissi dell’esperienza psicologica (e psicopatologica) dell’essere umano, grazie al linguaggio poetico, restituisce valore a quanto potrebbe perdersi nella banalità del quotidiano, cogliendone le infinite sfaccettature e  profondità.

L’arcipelago delle emozioni è uno dei libri al quale sono più affezionata. Racconta di emozioni forti e intense che possono arrivare a scuotere profondamente l’animo umano come l’odio e l’amore, ma anche di emozioni delicate e fragili, verso le quali mostriamo pudore, come la vergogna e la nostalgia.

La nostalgia racconta di esperienze vissute che davano slancio al cuore e che poi si sono incenerite diventando braci: cancellano i segni enigmatici di un destino che resta, così sconosciuto e ignoto, e che si dilaniano nel passato, che nonostante tutto continuano a vivere, frammenti di una storia di vita che non finisce mai.

La nostalgia può assumere forme diverse, dalla nostalgia aspra e dolorosa alla nostalgia dolce e sognante, ci sono nostalgie labili ed effimere e nostalgie fiammeggianti, nostalgie fuggitive e nostalgie accorate. Ognuno può andare incontro allo stato d’animo della nostalgia nel corso della propria esistenza, tuttavia l’esperienza può diventare così intensa e assoluta da andare incontro ad una malattia depressiva.

Come in ogni stato d’animo umano, alla nostalgia l’esperienza soggettiva del tempo di modifica: il tempo passato si dilata e sommerge il presente, mentre il futuro retrocede. Anche lo spazio vissuto cambia di segno, riempiendosi di inezie che riportano a ricordi, lieti e dolorosi, che a loro volta rimandano a luoghi e situazioni che un tempo erano familiari. Luoghi ai quali ci siamo abituati e che hanno cessato di essere estranei (anche abitare la casa per esempio è un abituarsi alle cose e agli spazi, che cessano di essere stranieri e divengono familiari), permettendo di creare un’atmosfera di intimità. L’intimità è profondamente umana e tiene la porta sempre spalancata (non a tutti) sconfinando in una cultura del cuore e dello spirito.

L’anima è straniera sulla terra: l’essere straniera è la radice che sta alla base di ogni nostalgia. Il dolore per la patria che è lontana e che sopravvive nella memoria. La patria concreta e la patria metaforica (la patria interiore) nelle loro analogie e affinità. Quando la dimensione dolorosa prende il sopravvento, invece la vita, le sue figure e le sue immagini si fanno lontane e i colori si sbiadiscono, fino ad allontanarci da un contatto intimo e diretto.

Famiglia e nuove famiglie

 Nessuna famiglia può scrivere fuori della porta: qui non ci sono problemi.

 

La famiglia è una risorsa fondamentale per la crescita dell’individuo e, soprattutto per i bambini in età pre-scolare e scolare, costituisce la base indispensabile per un sano sviluppo affettivo e relazionale, nonché un irrinunciabile sostegno nei momenti di crisi o cambiamento. A volte però i genitori non riescono a risalire alle cause di eventuali problematiche espresse dal bambino, magari con notevoli cambiamenti del comportamento a casa, a scuola e/o nelle relazioni con i pari.

family4Inoltre, le modificazioni storiche della società, come il fenomeno multietnicità, fanno emergere nuove e più complesse problematiche, che coinvolgono a volte in maniera dirompente i bambini, gli adolescenti, la famiglia e la scuola.

Anche in Italia si è assistito a forti cambiamenti sociali, culturali e conseguentemente legislativi (legge 2006 sull’affidamento condiviso) che fanno emergere nuove realtà familiari distanti dalla famiglia intesa in senso tradizionale, come la diffusione di genitori single, di famiglie allargate e ricomposte, di famiglie con genitori appartenenti a culture diverse o famiglie omogenitoriali.

Se all’interno di una famiglia tradizionale vi è una coincidenza tra genitorialità e coniugalità, tra l’essere genitore biologico e ruolo genitoriale, una tradizionale distribuzione dei ruoli educativi tra padre e madre in relazione alle peculiarità di genere, le nuove realtà famigliari richiedono un modello di osservazione nuovo e che tenga conto della complessità delle nuove reti di interazione all’interno delle quali si trova a crescere un bambino. Emergono nuovi bisogni e nuove problematiche da gestire nella quotidianità che vanno dal sostenere il bambino (ed i genitori) nella fase di separazione, a gestire il momento dell’arrivo in casa di un nuovo/a compagno/a, alla relazione con i fratelli biologici e acquisiti al rapporto del convivente con il figlio del compagno/a.

In ogni cambiamento ci troviamo tra una condizione precedente che non può essere più mantenuta e che viene quindi persa, e una futura che non si conosce, che genera angoscia, e che rappresenta un vero e proprio salto nel vuoto per l’individuo che la deve affrontare.

Ogni fase della vita richiede di separarsi da quello che c’era prima per avventurarsi nel nuovo: ogni nuova capacità acquisita porta dei cambiamenti nella vita che richiedono aggiustamenti, riorganizzazioni e sempre un lasciare qualcosa (come abitudini, modalità di comportamento…).

Questi momenti corrispondono a delle vere e proprie perdite, necessarie ma sempre dolorose.

Oltre alla vita del bambino, anche il ciclo vitale della famiglia è ricco di tali cambiamenti, che sono funzionali all’espletamento delle sue compiti: per esempio quando nasce un figlio, specialmente il primo, la coppia attraversa un grande cambiamento che sconvolge i suoi già delicati equilibri. Lo stesso accade per esempio, quando un figlio va a scuola o quando apprende delle nuove competenze.

In tutteen-4ti questi passaggi la famiglia tende a rimanere attaccata alle cose amate nella fase precedente, e nei genitori si riattivano i nuclei primari della personalità che si sono formati nelle prime esperienze infantili.

Nell’equipe di Morphè Centro Ascolto Famiglie , ci occupiamo di prendere in carico le famiglie nella loro complessità, con un approccio multidisciplinare, occupandoci degli aspetti e dei bisogni portati, e garantendo un accompagnamento in percorsi personalizzati, costruiti intorno ai genitori e ai loro figli.

 

A PIEDI NUDI NEL BOSCO: salute psicologica e non solo..

L’effetto benefico delle passeggiate nel verde è confermato da decine di studi. Il contatto con gli alberi, in particolare quando entriamo in un bosco, è terapeutico, non solo dal punto di vista psicologico, ma della salute in generale: migliora il metabolismo, regola il ritmo cardiaco, abbassa la pressione, riduce il livello di stress e potenzia il sistema immunitario.

Frances Kuo dell’Università dell’Illinois e Cecil Taylor dell’Università del Michgan, accanto alle terapie convenzionali, prescrivono ai bambini iperattivi, dosi di natura, in altre parole qualche ora al giorno spesa a correre e a giocare nel bosco. Altri studi rilevano, gli effetti benefici delle ore passate nel bosco sui bambini, come la riduzione dell’aggressività, il miglioramento nel ritmo sonno veglia e una riduzione dell’obesità.

“Nella vita segreta degli alberi”, Peter Wohlleben, una ex guardia forestale, racconta della sua esperienza vissuta lavorando nelle foreste in Germania, che lo ha portato a guardare agli alberi e al bosco da un altro punto di vista. Il bosco, spiega Wohlleben, è un sistema complesso nel quale gli alberi comunicano attraverso reti di connessione che permettono loro di inviare e ricevere messaggi, sotto forma di segnali chimici, come per esempio quelli olfattivi. Quando un albero è attaccato da insetti, per esempio, grazie a questi segnali, avverte gli esemplari vicini, che si preparano a respingere l’assalto, depositando sostanze amare nelle loro foglie per allontanare l’aggressore. Gli alberi si danno aiuto e sostentamento tra loro; quando per esempio un esemplare è malato, riceve nutrimento dai suoi vicini, fino a quando le sue condizioni non migliorano. Altre specie inoltre, partecipano attivamente alla creazione di questo sistema, rendendo la comunicazione ancora più efficace e veloce, come per esempio i funghi, che sembrano avere un ruolo determinante nel mantenimento dell’equilibrio di tutto il bosco.

Nel bosco tutto avviene ad un ritmo molto lento rispetto a quello a cui siamo abituati; la vita di un albero può essere molto lunga e anche i più piccoli cambiamenti avvengono nel corso di decenni.

Se si passeggia in un bosco in silenzio ascoltando le sensazioni interne e gli stimoli provenienti dall’esterno, come i rumori e gli odori, si può osservare che i pensieri si fanno mano a mano meno frenetici ed è possibile sintonizzarsi su un ritmo interiore più lento, che è sicuramente più vicino alla nostra natura animale. È come se il nostro sistema entrasse in comunicazione con il sistema boscoe questo ha degli immediati effetti benefici percepibili sotto forma di rilassamento e benessere, e sembra ripristinare la normale capacità del nostro organismo di rigenerarsi e di guarire.

Come questo sia possibile è abbastanza misterioso, tuttavia, come tutti gli organismi di questa terra, anche noi viviamo all’interno di un sistema, in continua relazione con gli stimoli ambientali, che a loro volta ci modificano internamente.

Le prime forme di vita, centinaia di milioni di anni fa, sotto le spinte dell’ambiente si differenziarono internamente per diventare le prime cellule che conosciamo, che a loro volta producendo ossigeno modificarono completamente l’ambiente terrestre. Nello stesso modo il nostro organismo, che a sua volta è un sistema organizzato di cellule, è parte di un sistema con il quale è in continua relazione, e che può limitarne o favorirne lo sviluppo.

La psicologia sistemica ha studiato gli effetti delle relazioni familiari, come sistema complesso, sullo sviluppo psicologico del singolo, in particolare dei figli, mettendo in evidenza come il disturbo psicologico espresso da un membro sia in realtà l’effetto di una grave anomalia nel sistema stesso. L’incredibile lavoro svolto da Selvini Palazzoli e dai suoi collaboratori, ha aperto definitivamente questa prospettiva, scandagliando minuziosamente gli effetti del sistema familiare sui suoi membri.

In generale è abbastanza evidente che quella che chiamiamo atmosferadi un luogo di vita, come l’ambiente di lavoro o di una classe di studenti, abbia degli effetti determinanti sullo stato d’animo e la salute degli individui che la respirano.

Grazie alla nostra naturale capacità di entrare in relazione con l’ambiente che ci circonda, possiamo beneficiare di quello che ci offre la natura e ritrovare nel contatto con gli elementi della terra, un senso di pace e di benessere, che nella vita cittadina sicuramente manca, anche se siamo così assuefatti da non accorgercene. Per farlo non occorre molto, solo un po’ di pratica e la disponibilità di entrare nell’esperienza con consapevolezza e silenzio, per permettere al bosco di integrarci nel suo sistema.

 

Elogio a Tristezza

Quando arrivano i primi mali di stagione e i bambini rimangono a casa con la febbre, non c’è altro da fare che mettersi l’anima in pace, rinunciare alle tante cose da fare e trovare un modo piacevole per trascorrere la giornata.

Una delle cose che mi piace di più è mettermi sul divano con mio figlio a guardare i vecchi film preferiti e qualche pomeriggio fa abbiamo scelto “Inside out”, un film di animazione della Pixar, che ha avuto un meritato successo anni fa, sul tema delle emozioni.

L’argomento, per niente semplice da trattare, specialmente in un film rivolto ai più piccoli, è sviluppato con grazia e competenza. Nonostante le dovute semplificazioni, il messaggio che arriva al pubblico è chiaro e condivisibile anche da noi esperti della materia: tutte le emozioni sono importanti e hanno uno scopo preciso per il benessere della persona.

“Inside out” è la storia di una ragazzina alle soglie della pubertà, alle prese con i cambiamenti di vita dovuti al trasferimento della sua famiglia in un nuovo Stato. Le emozioni primarie, disgusto, rabbia, paura, tristezza e gioia, sono rappresentate da buffe entità che, nel centro operativo della mente, gestiscono i comportamenti della ragazza e degli altri personaggi, discutendo animatamente tra loro. Tutte le emozioni sono importanti, tuttavia Gioia, allegra e propositiva, è sempre in primo piano e come leader del gruppo cerca di orientare il comportamento della protagonista affinché questa sia sempre felice, e non riuscendo nel suo intento, decide infine di allontanare Tristezza dal centro di controllo. A causa della rimozione di questa emozione, la situazione precipiterà sempre di più fino a quando la protagonista non sarà più in grado di sentire le proprie emozioni. Sarà proprio Tristezza infine a risolvere la situazione e a far riavvicinare la protagonista ai propri affetti.

Il tema della gestione delle emozioni è trattato in modo così semplice e comprensibile a tutti da sembrare ovvio; tuttavia, guardando bene, così ovvio proprio non è. Nel nostro lavoro vediamo tutti i giorni che la maggior parte delle persone, per esempio, ritiene che esistano delle emozioni cattive da evitare, senza sapere che tutte le emozioni, per quanto spiacevoli, hanno un senso e una funzione nell’ecologia della nostra esistenza. Le emozioni, infatti, si sono evolute insieme all’evoluzione della vita su questa Terra, provvedendo alla sopravvivenza delle specie, in quanto reazioni del nostro organismo alle situazioni ambientali: di fronte a un pericolo proviamo paura e questa emozione ci predispone a mettere in atto il comportamento adeguato, per esempio la fuga. Altre volte si confonde l’emozione con il comportamento: provare rabbia non significa arrabbiarsi o aggredire l’interlocutore. Viviamo una vita molto più complessa da gestire rispetto alle altre specie animali, tuttavia grazie a questa complessità, abbiamo l’opportunità di poter scegliere tra una moltitudine di comportamenti diversi, per questo, un’emozione come la rabbia, può dar luogo a comportamenti molto più articolati e differenziati rispetto alla’arrabbiarsi.

In merito alla tristezza mi sembra poi, che esista un vero e proprio pregiudizio culturale. Nella nostra società del benessere, della bellezza e della gioventù a tutti i costi, è richiesto di essere propositivi e positivi, orientati alla felicità, imprenditori di se stessi e vincenti. Gli stessi pensieri devono essere orientati positivamente, perché l’ottimismo fa bene alla salute, oltre che ad ottenere successo.

La tristezza invece, come in “Inside out”, è quell’emozione che tinge di blu tutto quello che viviamo, i ricordi, i pensieri e le prospettive future; proietta infatti, una visione “negativa” del mondo e di noi stessi, che ci vede stanchi, sconfitti e fragili. Ci offre così l’opportunità di riconoscere dove abbiamo commesso errori, dove abbiamo ferito altre persone o di vedere quello che non siamo riusciti a vedere in tempo. La tristezza mette in contatto con quello che ci manca, con i nostri bisogni più profondi, quegli stessi bisogni che nella vita di tutti i giorni rimangono sullo sfondo, perché dobbiamo combattere, produrre e andar di fretta. La tristezza ci ricorda che abbiamo bisogno della vicinanza e dell’aiuto degli altri esseri umani, che abbiamo bisogno di essere accolti, ascoltati e sostenuti, ci ricorda che forse c’è una parte di noi che non è esattamente felice della vita che stiamo facendo e che ascoltandola, magari potremmo riaggiustare il tiro e accorgerci di quello che è veramente importante.

Quando si permette alla tristezza di tingerci di blu, a livello somatico è possibile accorgersi che le tensioni interne si rilasciano, i muscoli si abbandonano e il respiro diventa più facile, può accadere che si pianga e il cuore potrà alleggerirsi un poco. Quando una persona cara è triste, si mettono in atto comportamenti di cura e di particolare attenzione nei suoi riguardi, si cerca di capire come poterla aiutare, si offre sostegno.

Nonostante sia un’emozione come le altre, anche in “Inside out” tristezza viene rimossa, a favore di una visione positiva e ottimista della vita, anche quando ormai sembra tutto perduto a meno che non si decida di cambiare strada. La stessa cosa avviene nella nostra società, dove oltre a non avere nessun tipo di educazione sentimentale, le persone sono spinte a omologarsi rincorrendo ideali di positività e benessere, che come prezzo da pagare hanno quello di allontanarsi sempre di più dal proprio mondo interiore, esattamente come accade alla piccola protagonista del film.

IMPARARE A RILASSARSI ANDANDO OLTRE LO SFORZO

Tutto è già compiuto, perciò superata la malattia dello sforzo, ci si trova nello stato autoperfezionato: questa è la contemplazione. Namkhai Norbu

Namkhai Norbu è un grande maestro tibetano, noto a livello mondiale come maestro di Dzochen, che ha prodotto numerose pubblicazioni e ha portato i suoi insegnamenti per un lungo periodo anche in Italia. L’insegnamento dello Dzochen incoraggia a un’evoluzione personale che si origini dalla presa di coscienza della propria natura essenziale. Imparare a rilassarsi diventa così, un primo e necessario passo per andare in questa direzione.

Tutte le persone, infatti, desiderano vivere in una condizione rilassata e tranquilla, proprio perché la vita è costellata da continui conflitti e problemi, ed essere in una condizione di agitazione e di tensione, peggiora solo la situazione. La condizione di rilassamento è quindi ritenuta necessaria dalla maggior parte delle persone, tuttavia non è affatto facile rilassarsi e tale pratica non viene trasmessa né in famiglia, né a scuola. Spesso non sappiamo neppure cosa voglia dire. Viviamo così in questa condizione di tensione, senza comprendere fino a che punto siamo veramente caricati, a volte senza la consapevolezza del nostro stato.

Nessuno sceglie questa di vivere in questo modo, infatti, quando diciamo a qualcuno particolarmente agitato, “Rilassati!”, generalmente si ottiene l’effetto opposto. La tensione, il nervosismo, l’agitazione sono effetti di una condizione di vita infelice, come per esempio il senso di solitudine che si costruisce giorno dopo giorno, quando abbiamo l’impressione di non riuscire a comunicare con le persone che ci sono vicine.

Esistono molte pratiche per rilassarsi e ognuna può portare a importanti benefici. Per raggiungere uno stato di rilassamento è necessario imparare rilassare il corpo, la respirazione e la mente. Rilassare la mente è l’aspetto fondamentale, infatti, se la mente non è rilassata, sarà come un pozzo di acqua agitata, intorbidita da fango e detriti. I pensieri saranno confusi con i problemi e non ci sarà chiarezza su quello che crea la sofferenza. Quando l’acqua si ferma, i detriti si depositano sul fondo, l’acqua diventa limpida ed è possibile vedere quali problemi ci fossero.

È molto frequente che, cercando di rilassarci, attraverso le varie pratiche, si ottenga però l’effetto opposto. Questo accade perché ci orientiamo con tensione verso il risultato di rilassarsi, ci sforziamo di “far bene”, di seguire le istruzioni, di governare i pensieri, ci preoccupiamo di cosa bisogna fare. Alla fine l’effetto che si ottiene è quello di caricarsi ancora di più.

È necessario, invece, imparare a lasciare andare le tensioni nel corpo, nel respiro e nella mente, affinché possa emergere quello che c’è nel momento. Per andare in questa direzione è necessario prima di tutto sospendere il giudizio e accogliere quello che emerge senza valutazioni. Questo è già molto difficile, perché siamo abituati a dare molta considerazione ai nostri giudizi.

Solo quando si raggiunge questo stato di rilassamento comprendiamo fino a che punto ci eravamo veramente caricati. Non c’è modo di rilassarsi veramente se non riconoscendo e accogliendo la propria condizione così com’è.

È davvero importante imparare a rilassarsi, ma non importa avere l’intenzione di rilassarsi. Quando ci troviamo in uno stato al di là delle tensioni, tutto si rilassa automaticamente. Nel vero stato della contemplazione non c’è nulla da rilassare, perché la natura stessa è rilassata. Namkhai Norbu, “Dzog Chen. Lo stato di autoperfezione”.

Il corpo in adolescenza. Elaborare il cambiamento con esperienze pratiche

Durante l’adolescenza il corpo è teatro di cambiamenti importanti, sia somatici che emozionali. Per quanto siano cambiamenti fisiologici, possono risultare talvolta sconvolgenti, dal momento che vanno a rompere un equilibrio esistente e collaudato.

Per lungo tempo può permanere la sensazione di non avere una forma definita, o altre sensazioni riconducibili alla percezione della propria forma (troppo grande, troppo piccola, troppo alta, troppo bassa) e a come questa viene si muove nel mondo. Il corpo è il luogo di incontro e talvolta scontro, tra l’immagine del bambino che non si è più e quella dell’adulto che ancora non fiorisce.

Uno dei motivi che possono rendere difficile questo passaggio è che i bambini e i ragazzi fanno poca esperienza del sentire il proprio corpo, e anche l’esperienza fatta, il più delle volte manca di consapevolezza.

Conoscersi imparare a riconoscere i propri bisogni e le proprie emozioni, fa parte del normale percorsi di crescita, tuttavia nella nostra cultura, mancano occasioni per elaborare un’educazione affettiva, che supporti i ragazzi e le ragazze nello sviluppare una sana capacità di risposta all’ambiente (respons-ability).

Il corpo può divenire un involucro scomodo nel quale abitare, ed essere considerato alla stregua di un oggetto tra altri oggetti, da valutare e giudicare.

Non è un caso che la maggior parte dei sintomi in adolescenza si manifestino nel corpo, dai disturbi dell’alimentazione alle pratiche di cutting, e che è facile iniziare, per curiosità e per il bisogno di sperimentare.

In questa fase della vita sperimentarsi è una necessità e la consapevolezza di sé può essere uno strumento fondamentale per proteggersi da esperienze che possono bruciare.

Negli ultimi anni sto sperimentando con successo gruppi con adolescenti dove propongo pratiche corporee, in particolare pratiche di consapevolezza attraverso il movimento e la danza. L’obiettivo del lavoro è scoprire il piacere di abitare il proprio corpo e di sperimentarlo nel mondo. Questo piacere è nella natura della vita, che per quanto crudele e complicata, lega la sua presenza su questo pianeta, al piacere e alla sensualità.

Nel corso delle esperienze proposte, lavoro sull’affinare l’ascolto delle sensazioni del corpo in movimento e in relazione con l’ambiente, utilizzando pratiche di rilassamento, di respirazione e di movimento consapevole, cercando un approccio pacifico alla propria corporeità. Propongo fantasie guidate in movimento, lavori di contatto con l’altro e con lo spazio, e momenti di improvvisazione.

Utilizzo la leggerezza, il gioco e il divertimento, per aiutare le persone a sviluppare la fiducia necessaria a lasciarsi cadere dentro se stessi.

Corretta alimentazione e psicoterapia: la collaborazione con la Dietista Anna Menasci

La collaborazione tra dietista e psicologo, è di fondamentale importanza per affrontare con successo molte delle problematiche che caratterizzano i nostri pazienti. Senza entrare nel merito dei significato psicologico del cibo e del nutrimento, diciamo più semplicemente, che la maggior parte dei pazienti che soffrono di disordini dell’alimentazione, hanno delle convinzioni errate sull’alimentazione, che possono essere superate con una corretta educazione alimentare. D’altra parte, anche molti pazienti che si rivolgono a un nutrizionista che non riescono a seguire un corretto stile alimentare, hanno problematiche esistenziali che possono essere efficacemente affrontate con alcune sedute di psicoterapia.

La nostra collaborazione, come tutte le cose più riuscite, è nata per caso dieci anni fa, e da quel momento abbiamo iniziato a organizzare incontri sugli stili di vita e l’educazione alimentare, gruppi con i nostri pazienti e conferenze per varie associazioni livornesi, in particolare AGDAL (quella dei diabetici).

Per i pazienti in psicoterapia con disordini dell’alimentazione, è stata una parte fondamentale del lavoro, smontare le loro convinzioni errate sul cibo e l’alimentazione, su quello che “fa ingrassare” e quello che invece crea un circolo vizioso tra digiuni e abbuffate. Inoltre, in momenti in cui la vita sembra completamente “caotica” dal punto di vista psicologico, riuscire a dare ordine all’alimentazione è un modo semplice di ripartire da se stessi e prendersi cura.

Molte persone che hanno difficoltà a seguire una corretta alimentazione, hanno trovato un soluzione attraverso la psicoterapia. Il cibo è comunque un piacere e talvolta una consolazione nei momenti difficili. Diventare consapevoli delle proprie emozioni e fare qualcosa per rendere la propria vita più interessante, concedendosi anche altri piaceri, non fa diminuire il gusto di mangiare, ma permette che non sia l’unica parte apprezzabile della giornata.

Quando invece si segue un regime alimentare a causa di una patologia, allora il supporto psicologico alla persona e ai suoi familiari, può diventare una necessità. Affrontare le emozioni come la rabbia o la paura, è di fondamentale importanza per aiutare la persona ad integrare con successo il nuovo stile di vita, altrimenti vissuto come una costrizione imposta dall’esterno.

La stretta collaborazione tra psicologa e dietista attorno al paziente rende le terapie molto più efficaci: quando un team, seppur ristretto, è in sintonia riesce a raggiungere l’obiettivo terapeutico con molta più facilità ed armonia.

IL CORPO CONSAPEVOLE

Laboratorio danzato aperto a tutti

Da VENERDI’ 7 OTTOBRE dalle 18,30 alle 20.00

 

Da venerdì 7 Ottobre inizia a Teatro della Brigata a Livorno, “Il Corpo Consapevole”, Laboratorio Danzato a cadenza settimanale aperto a tutti.

Nel laboratorio saranno proposte delle pratiche di ascolto e movimento per entrare nel proprio corpo e di abitarlo completamente, fino agli angoli più remoti.

Il lavoro proposto è una pratica di consapevolezza in movimento, per riconnettersi con il piacere di abitare il proprio corpo e di vivere l’esperienza, entrambi legati a doppio filo con il senso dell’esistenza stessa. Sentire, infatti, è piacevole di per sé.

Il laboratorio è orientato ad ammorbidire la “corazza”, creata dalle tensioni accumulate nel quotidiano, per riprendere contatto in modo pacifico con il proprio naturale equilibrio.

Danzare richiede di ascoltare le sensazioni e le emozioni per esprimerle in un movimento, che a sua volta genera altre sensazioni e altre emozioni, con le quali si può dar forma ad altri movimenti.

La danza, come il teatro, permette di ampliare le proprie capacità espressive in un luogo protetto, dove tutto può essere continuamente trasformato.

Danzare è un modo diretto per entrare in contatto con l’esperienza nel qui e ora.

 

Conduce Valentina Longhi